Quando facciamo il minimo indispensabile o lo stretto necessario per tirare avanti, non solo truffiamo il nostro datore di lavoro, i nostri clienti e i nostri colleghi, sopratutto truffiamo noi stessi.
Inganniamo noi stessi negandoci l'opportunità di affrontare una sfida e di sviluppare il nostro talento e le nostre capacità interiori.
Forse possiamo riuscire ad ingannare gli altri ma non riusciremo mai ad ingannare noi stessi.
Cosà la chiave di trasformazione del lavoro diventa in impegno con noi stessi ad usare ogni possibile opportunità per il nostro sviluppo e a trattare ogni compito, non importa quanto piccolo o noioso, come una sfida che può essere usata per la nostra crescita. Un modo altrettanto efficace di trasformazione di un lavoro ripetitivo e noioso è trattarlo come una sessione di meditazione.
Ci sono infiniti metodi di meditazione. L'essenza di tutte le tecniche di meditazione è la concentrazione, l'attenzione, l'abilità a focalizzarsi completamente su una singola cosa per volta. Più routinaria e ripetitiva è un'attività e più è adatta a questo tipo di meditazione.
La chiave è la nostra consapevolezza. Concentrarsi interamente su ciò che stiamo facendo: l'attività in se stessa è di secondaria importanza; è la capacità di focalizzare tutta la nostra attenzione sull'attività che conta.
Possiamo affermare che lo scopo del lavoro non è produrre,
ma costruire l'essere umano...
Non è importante che tipo di forma il nostro lavoro prenda,
ciò che importa è la nostra attitudine verso quel lavoro
[...]E' infatti la particolare organizzazione del tessuto connettivo che facilita o meno il movimento sui diversi piani, privilegiando cosà anche l'esprimersi o la rimozione di quelle qualità psicologiche e caratteriali connesse alla attivazione o messa in ombra di alcune aree del corpo.
In breve, muovendo o cambiando l'organizzazione del connettivo, si cambia non solo la sua forma fisica, la qualità del respiro, la qualità e la forma del movimento, ma cambia anche il carattere, il modo di pensare e l'identità dei singoli individui.
Il connettivo, inoltre, non solo è sempre stato il "tramite" anche per altre medicine, si pensi ad esempio alla medicina cinese, o a forme di terapia, come lo shiatzu, ma lo è stato anche per la medicina occidentale prima di questo ultimo periodo.
Giorgio Baglivi, ad esempio, alla fine del 1600, nel suo libro "De fibra motrice et morbosa" si affretta a precisare che 'chiunque considerasse con attenzione tutte le tuniche membranose del corpo, la struttura, il colore, la continuazione, l'uso di esse, delle ghiandole, delle viscere e dei vasi "e qualunque parte che non fosse carnea o rossa" avrebbe dovuto confessare, anche suo malgrado, che tutte queste parti non erano altro che una continuazione delle meningi e delle fibre midollari del cervello' (da Mirabilis Machina, di A. Toscano).[...]
E' tutta una questione di aprire i tuoi occhi su ciò che sta realmente accadendo (in contrapposizione a ciò che sembra stia accadendo). Non giudicare dalle apparenze esteriori.
La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda è quella di essere potenti oltre ogni limite.
È la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più.
Ci domandiamo: "Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?"
In realtà, chi sei tu per NON esserlo? Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo non serve il mondo.
Non c'è nulla di illuminato nello sminuire se stessi cosicché gli altri non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi: è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo delle nostre paure la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
Lentamente muore
Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare. Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
La ricerca del fiore perfetto rende la vita degna di essere vissuta anche se non lo si trovera' mai. Cosi' il lieve contatto di una mano contro un viso, anche solo per quell'attimo, riempie ogni vuoto e da' il senso a secoli di attesa.